La donna delle nevi: Lisa, da Rovigo alla Nasa per aiutare l’agricoltura con gli “occhi” dei satelliti

Pubblicato 17/09/2018 in Scienza, Tecnologia

La donna delle nevi: Lisa, da Rovigo alla Nasa per aiutare l’agricoltura con gli “occhi” dei satelliti

Conoscere meglio i processi atmosferici, perfezionare le previsioni e monitorare le risorse idriche, anche per le attività agricole. Global Precipitation Measurement si occupa di questo: è una missione Nasa e ha tra i protagonisti Lisa Milani, 37 anni, di Rovigo.

Gli occhi degli strumenti a bordo del satellite Gpm core observatory, a un’altezza di 407 km dalla terra per valutare l’energia degli eventi meteo e misurare in modo tridimensionale la struttura e l’intensità delle precipitazioni.
«La missione Gpm – spiega Milani – studia da un punto di vista satellitare le precipitazioni di qualsiasi tipo: pioggia, neve, grandine, e nel dettaglio io studio la precipitazione di tipo nevoso, che dal punto di vista satellitare è una delle più difficili da rilevare e misurare».

È il primo incarico di ricerca che ha ottenuto fuori dall’Italia? «Nel 2014 ho lavorato per lo Space Science and Engineering Center a Madison, in Wisconsin: ho iniziato lì la mia passione per la neve, lavorando su un’altra missione Nasa, la CloudSat. Poi nel 2017 ho lavorato per la Michigan Technological University, prima di trasferirmi a Washington Dc dallo scorso aprile per l’incarico al centro di ricerche della Nasa».

Le esperienze precedenti in Italia l’hanno spinta a cercare un futuro all’estero? «Non credo siano le esperienze che spingono a cercare lavoro all’estero, ma la mancanza di possibilità in Italia. Ho lavorato vari anni per il Cnr all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, con esperienze tutte molto positive. I ricercatori del Cnr sono di altissimo livello, e nonostante siano sottopagati e abbiano una costante incertezza nel loro futuro, sono in grado di competere a livello mondiale. Se non si ha il posto fisso, purtroppo, si dipende dal finanziamento dei progetti, e se non vengono finanziati, alla scadenza del contratto si è a casa. Chi gestisce i gruppi di ricerca fa i salti mortali per riuscire ad avere finanziamenti e salvaguardare i ricercatori precari. Ma a un certo punto anche loro si devono arrendere. Io sono rimasta in Italia finché ho potuto: ho anche fatto l’insegnante nella scuola superiore in attesa di contratti di ricerca, e poi la scelta che ho avuto davanti è stata espatriare o lasciare».

Che progetti aveva quando ha intrapreso la carriera scientifica? «Quando ho iniziato non pensavo che un giorno avrei lavorato per la Nasa: puntavo a un posto da ricercatore in Italia. A quanto pare, è più complicato ottenere un posto in Italia che lavorare per la Nasa. Purtroppo in Italia, ad esempio, un assegno di ricerca non è nemmeno considerato ufficialmente un lavoro dallo Stato e viene pagato circa un terzo del suo corrispondente americano».

La divulgazione scientifica in Italia e all’estero usano gli stessi canali? «C’è molta attenzione al pubblico sia in Italia sia all’estero. La missione su cui lavoro ha una sezione esclusivamente dedicata alla divulgazione, con materiale ed eventi dedicati a ogni età. Ho partecipato a un evento in ambasciata a Washington Dc come italiana che lavora alla Nasa, e spesso viene richiesta la presenza di ricercatori della Nasa nelle scuole o in eventi cittadini. In Italia le iniziative non mancano: ci sono festival della scienza, attività nelle scuole, eventi organizzati da enti o gruppi amatoriali. È decisamente importante che la gente sia informata, anche perché ormai con la diffusione di notizie false su internet, la parola degli esperti è fondamentale».

L’Italia, come si dice per i titoli di Stato, sconta uno spread anche nella ricerca? «Il livello della ricerca in Italia continua a mantenersi al top nel mondo. Però, il livello di istruzione si sta abbassando negli anni: nelle scuole, come nelle aziende, sono stati introdotti troppi indici di produttività e spesso lo scopo non è più solo formare gli adulti di domani. Si cerca un compromesso tra formare i giovani e avere un alto tasso di diplomati e laureati, abbassando inevitabilmente il livello formativo. Ci sono comunque ancora molti giovani con grande passione, guidati da curiosità e intraprendenza e in grado di non fermarsi alla formazione scolastica e universitaria: credo che il livello italiano sia ancora al top proprio grazie a loro».

Quando è arrivata negli Stati Uniti ha trovato la realtà che immaginava? «La realtà non è poi molto diversa dai film, quindi sapevo cosa aspettarmi. Scherzi a parte, la realtà americana è molto competitiva, ma è fondata sulla sana competizione. È ciò che produci che viene effettivamente valutato: il tuo biglietto da visita sono i tuoi risultati. In Italia purtroppo non è sempre così».

Lavorare per la Nasa è una meta? «Mi si è presentata la possibilità e l’ho colta al volo: non capita tutti i giorni di essere chiamati direttamente dal responsabile scientifico di una missione e vedersi offrire due anni di contratto. Non so ancora se questa esperienza si rivelerà una tappa o una meta: la precarietà è il filo conduttore della vita del ricercatore, ma questo è il contratto più lungo che io abbia mai avuto finora: mi godo un po’ di tranquillità e penserò al prossimo tra almeno un anno».

Esperienze maturate, spirito di competizione, curriculum e competenze: che cosa pensa le sia servito di più per affermarsi? «È servito un po’ tutto. Le esperienze mi hanno permesso di affermarmi nel mio campo e hanno costruito il mio curriculum e le mie competenze, che sono state fondamentali per arrivare dove sono ora. Lo spirito di competizione, quello sano, mi è servito per perseverare nel mio lavoro: è stato fondamentale, ad esempio, per riuscire a completare velocemente i miei lavori e pubblicare prima di altri».

Il futuro dell’uomo quanto è legato a quello della fisica dello spazio? «Sicuramente è legato alla fisica dell’atmosfera, e la precipitazione che io studio è uno degli aspetti fondamentali. I cambiamenti climatici, inondazioni, tornado, uragani, siccità, sono tutti eventi che ormai tocchiamo con mano ogni giorno, e saperne sempre di più è decisamente vitale».

CHI E’ – Lisa Milani ha 37 anni e vive appena fuori Washington Dc, nella cittadina di Greenbelt: «Nonostante quello che i rodigini pensano della loro città, io continuo a reputarla un tranquillo angolo di mondo, a dimensione d’uomo, dove puoi girare in bicicletta senza pericoli e tutto è a portata di mano. San Bellino e Rovigo sono e saranno sempre la mia casa e qui ho cercato di trovarmi un angolino simile». L’angolo di Rovigo che ha trovato negli Stati Uniti è il principale centro di ricerca della Nasa, il Goddard Space Flight Center: fa da casa al più gran numero di scienziati, ingegneri ed esperti di tecnologia impegnati a studiare la terra, il sole, il sistema solare e l’universo. È il luogo che dirige anche le comunicazioni tra la sala di controllo e gli astronauti della Stazione spaziale internazionale, oltre alle attività del telescopio Hubble e, in futuro, quelle del telescopio spaziale James Webb, che sarà il più grande di sempre.

Laureata in Astrofisica e Fisica dello spazio a Ferrara, dove ha conseguito anche il master e il dottorato di ricerca in Fisica, Lisa Milani prima di lavorare per la Nasa è stata una preziosa ricercatrice per il Cnr, lo Space Science and Engineering Center nel Wisconsin e per l’università di Ferrara nel campo delle tecniche satellitari per la stima delle precipitazioni.

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